Il daoismo e l’assenza di missionarismo
Il daoismo delle origini, così come si esprime nei testi classici, in particolare nel Daode jing 道德经 (Classico della Via e della Virtù), non stabilisce la verità come una dottrina normativa da accettare e diffondere, ma come un dato ontologico e cosmologico già immanentemente presente in tutto ciò che esiste.
In questo quadro, il Dao non è oggetto di possesso, né può essere colto interamente attraverso il linguaggio o fissato concettualmente; ogni tentativo di definirlo in modo definitivo comporta già, allo stesso tempo, una sua delimitazione e quindi un allontanamento dalla sua stessa natura.
Come suggerisce già la riga iniziale del Daode jing: «Il Dao che può essere detto non è il Dao eterno» (dao ke dao, fei chang dao 道可道,非常道) 1.
Da una simile comprensione deriva che la verità non è una categoria esclusiva o competitiva, che richieda conferma attraverso il predominio su interpretazioni alternative, ma un orizzonte aperto che si realizza nella sintonizzazione individuale con l’ordine naturale.
Di conseguenza, il pensiero daoista non sviluppa una tendenza missionaria: poiché il Dao non è qualcosa che possa essere ridotto a un’unica formulazione corretta, non è nemmeno sensato o giustificato persuadere gli altri della sua validità esclusiva.
In questo senso, l’assenza di missionarismo non è soltanto una circostanza storica, ma un’implicazione diretta della fondamentale riserva epistemologica e ontologica che caratterizza il daoismo delle origini.