Tempio daoista sloveno della Suprema Armonia
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Un goffo procedere a piccoli passi, Einstein e Zhuangzi

Rektorjeva beseda

Si racconta che un tempo, lungo le strade polverose dell’antica Cina, camminasse un giovane viandante. Sulla schiena non portava nulla se non un rotolo di carta vuota, e dentro di sé una sola domanda: esiste un luogo da cui sia possibile misurare ogni movimento sotto il cielo? A lungo cercò un luogo simile. Salì su alte montagne, osservò le stelle sopra il deserto, navigò su grandi fiumi e ascoltò i saggi, ma ciascuno gli indicava una direzione diversa. Più saliva in alto, più il centro del mondo sembrava allontanarsi.

Un giorno, presso un fiume, incontrò un vecchio daoista. Questi non parlava del cielo, delle stelle o delle leggi della natura. Osservava in silenzio l’acqua, che senza sforzo aggirava ogni pietra e non chiedeva mai quale via dovesse seguire.

Il viandante gli rivelò la sua domanda. Desiderava trovare un luogo che non si muovesse mai, per poter comprendere da lì tutto il resto. Il saggio non lo respinse. Invece di rispondere, gli chiese dove scomparisse il nord quando l’uomo si addormenta. La montagna si muove quando noi ci voltiamo altrove? Si muove il fiume quando una barca lo percorre, oppure si muove la barca mentre la riva resta al suo posto? Ogni domanda era semplice, ma ciascuna allentava un poco la certezza del viandante.

Alla fine il vecchio raccolse dell’acqua in una ciotola di legno. Sulla superficie si riflettevano le nuvole. Inclinò leggermente la ciotola e il riflesso ondeggiò. «Ho forse mosso il cielo?» chiese.

Il viandante voleva rispondere, ma non sapeva più che cosa, in realtà, si fosse mosso. Solo allora intuì per la prima volta che forse la domanda non riguarda ciò che è fermo e ciò che si muove, ma il luogo da cui guardiamo.

Molti anni dopo, quello stesso viandante, di nome Einstein, disse al mondo che non esistono uno spazio privilegiato né un tempo privilegiato dai quali sia possibile descrivere ogni movimento. L’osservatore non è il padrone del mondo, ma un suo partecipante. Il movimento non può essere determinato senza la relazione tra chi osserva e ciò che viene osservato. Così scomparve lo spazio assoluto di Newton, e con esso anche l’idea che esista un unico punto di partenza dal quale tutto possa essere misurato.

Se Zhuangzi avesse udito questo, probabilmente avrebbe sorriso. Non perché avrebbe contraddetto Einstein, ma perché nella sua scoperta avrebbe riconosciuto un grande passo su un cammino che anche lui conosceva. Già molti secoli prima, nel capitolo Qiwu lun, rifletteva sul fatto che nessun punto di vista è definitivo e che “questo” e “quello”, “giusto” e “sbagliato”, “grande” e “piccolo” sorgono l’uno dall’altro. Ciò che per uno appare come inizio, per un altro è fine; ciò che a uno sembra immobile, per un altro è in movimento. Per questo il saggio non cerca una posizione dalla quale giudicare definitivamente tutto il resto, ma si libera dall’attaccamento a un’unica prospettiva.

Ma proprio qui le vie dei due pensatori inizierebbero a divergere.

Einstein eliminò il sistema di riferimento privilegiato, ma cercava ancora qualcosa che rimanesse uguale per tutti gli osservatori: le leggi della natura, valide indipendentemente dal sistema scelto. Il suo obiettivo non era il relativismo, ma un’invarianza più profonda. Zhuangzi, invece, avrebbe posto una domanda ancora più insolita: perché l’uomo desidera trovare quell’ultimo punto di vista dal quale tutto sarebbe compreso? Anche la ricerca di una descrizione universale non è forse ancora espressione della stessa tendenza della mente a cercare un punto fermo su cui poter sostare?

In questa differenza non vi è opposizione, ma una diversa direzione della domanda. La fisica indaga come il mondo si manifesti a tutti i possibili osservatori e cerca le leggi che rimangono immutate attraverso tutte le loro prospettive. Il daoismo, invece, indaga l’osservatore stesso. Non gli interessa anzitutto come si muova il cielo, ma come nasca il pensiero secondo cui l’uomo dovrebbe porsi fuori dal cielo per comprenderlo.

Perciò, di fronte alla teoria di Einstein, Zhuangzi avrebbe probabilmente detto che l’uomo ha compiuto un passo straordinario: ha abbandonato lo spazio assoluto e il tempo assoluto. Ma poi lo avrebbe invitato in silenzio a fare un passo ancora oltre. Lo avrebbe invitato ad abbandonare, per un istante, anche il bisogno di una descrizione ultima del mondo.

Non perché le leggi della natura siano irrilevanti, ma perché nessuna legge può sostituire l’esperienza diretta dell’esistere nel flusso della vita. La comprensione è preziosa come una barca che conduce l’uomo in sicurezza all’altra riva. Ma se egli continua a portarla sulle spalle molto tempo dopo aver già attraversato il fiume, essa diventa un peso.

Forse per questo l’immagine più bella del loro incontro è proprio il fiume. Einstein lo osserverebbe cercando la legge che ne spiega il movimento. Zhuangzi siederebbe sulla sua riva, osservando come scorre senza sforzo tra le pietre. Nessuno dei due sarebbe in errore. L’uno rivelerebbe l’ordine del mondo fenomenico, l’altro ricorderebbe che la vita non si esaurisce in alcuna descrizione, per quanto perfetta possa essere.

Quando i loro sguardi si incontrassero, probabilmente si sorriderebbero soltanto. Einstein riconoscerebbe che non esiste un osservatore privilegiato. Zhuangzi aggiungerebbe in silenzio che non esiste nemmeno un punto di vista privilegiato dal quale sia possibile abbracciare definitivamente il Dao. Il Dao, infatti, non è un luogo, non è un tempo e non è una legge. È il continuo sorgere di relazioni grazie alle quali il mondo può manifestarsi.

Il fiume dunque scorre senza conoscere la propria equazione. Il vento soffia senza comprendere la propria direzione. Il saggio li osserva senza desiderare di imprigionarli in una definizione ultima. Proprio in questo forse si cela l’incontro più profondo tra il daoismo delle origini e il pensiero di Einstein: entrambi hanno abbandonato la ricerca del centro assoluto del mondo. L’uno per trovare le leggi universali della natura, l’altro per liberare l’uomo dal bisogno di un centro.

 

Sebbene siano separati da più di duemila anni, Zhuangzi (ca. 369–286 a.C.) e Albert Einstein (1879–1955) si incontrano su una domanda sorprendentemente affine. Zhuangzi si chiede se esista una prospettiva privilegiata dalla quale sia possibile giudicare definitivamente il mondo, mentre Einstein si domanda se in natura esista un sistema di riferimento privilegiato rispetto al quale sia possibile determinare un moto assoluto. Le loro strade si avvicinano in questo punto, per poi nuovamente divergere.

Einstein, come fisico, dimostra che lo spazio e il tempo assoluti non hanno posto nella descrizione della natura, mentre allo stesso tempo ricerca leggi universali valide per tutti gli osservatori. Zhuangzi, invece, porta la domanda un passo oltre: mette in discussione il desiderio stesso dell’uomo di trovare un punto di vista definitivo dal quale poter comprendere ogni cosa. Il primo rivela l’invarianza delle leggi della natura; il secondo invita a superare l’attaccamento a ogni singola prospettiva.

Il loro incontro, dunque, non è l’incontro di insegnamenti identici, ma il dialogo tra due straordinarie modalità di pensiero. Ciascuno, seguendo il proprio cammino, si allontana dall’idea di un centro assoluto del mondo. Einstein elimina la posizione privilegiata dell’osservatore nella descrizione fisica della realtà; Zhuangzi elimina la posizione privilegiata della mente che pretende di elevarsi al di sopra di tutte le prospettive.

In questo senso, la domanda di Zhuangzi è:

«Esiste una prospettiva privilegiata dalla quale il mondo possa essere giudicato una volta per tutte?»

E la domanda di Einstein è:

«Esiste in natura un sistema di riferimento privilegiato rispetto al quale sia possibile determinare il moto assoluto?»

La prima domanda appartiene al campo della filosofia e della comprensione della percezione umana; la seconda appartiene alla fisica e alla struttura dell’universo. Tuttavia, entrambe rivelano una profonda trasformazione del pensiero: la consapevolezza che la realtà non ruota attorno a un unico punto fisso dal quale tutto il resto debba essere misurato.

Rettore SDT, Yuan Weiqi