Tempio daoista sloveno della Suprema Armonia
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Giardino senza Oriente

Rektorjeva beseda

Nessuno sapeva dove si trovasse quel giardino. Non era possibile trovarlo su alcuna mappa, eppure tutti, un tempo, lo avevano visitato. Alcuni nei sogni, altri leggendo antichi libri, altri ancora in quel raro istante in cui il pensiero tace per un momento, e tuttavia l’uomo non si addormenta. Là non c’era né oriente né occidente. Il sole non sorgeva e la luna non tramontava. La luce non veniva da nessun luogo, ma era come una presenza silenziosa che non proiettava ombre.

Al centro del giardino cresceva un vecchio pino. Le sue radici scomparivano più in profondità di quanto arrivasse la terra, e i suoi rami si estendevano oltre il cielo. Sotto di esso stava una sedia di pietra. Vuota. Rimase vuota a lungo. Poi, lungo il sentiero, si avvicinò lentamente un vecchio su un bufalo d’acqua. Non si udivano zoccoli. Solo il vento frusciò tra gli aghi. Il vecchio scese e accarezzò l’animale sul collo. Non guardò né il cielo né la terra. Si sedette sulla pietra.

Rimase a lungo in silenzio. Solo quando il vento mosse di nuovo alcuni aghi di pino, scrisse nella terra davanti a sé, con un pezzo di ramo spezzato: Dao ke dao, feichang dao. 道可道,非常道。Dopo qualche tempo aggiunse una seconda riga. Ming ke ming, feichang ming. 名可名,非常名。Il nome che può essere pronunciato non è il nome eterno. Le parole rimasero sospese nell’aria come rugiada su una ragnatela.

Allora, da un altro sentiero, si udì un passo lento. Arrivò un uomo vestito con semplicità. Si inchinò davanti al vecchio. 

«Maestro.»

Il vecchio annuì.

«Qiu.»

Era Confucio.

Rimasero in silenzio per qualche tempo. Confucio guardò la pietra vuota accanto a sé.

«È strano», disse. «Quando ci siamo incontrati l’ultima volta, mi hai detto di abbandonare l’arroganza, i molti desideri e l’erudizione. Solo dopo lunghi anni ho cominciato a intuire che non rimproveravi la conoscenza, ma l’attaccamento ad essa.»

Il vecchio non rispose.

Confucio proseguì.

«Eppure gli uomini hanno bisogno delle parole. Senza di esse non è possibile insegnare né ai bambini né ai sovrani.»

Allora il vecchio sollevò lentamente lo sguardo.

«Hai mai osservato una valle?»

«Certo.»

«L’eco appartiene alla valle o alla voce?»

Confucio rifletté. Il vento frusciò di nuovo. Il pino non rispose. Dopo un lungo silenzio, Confucio disse:

«Nel Lunyu ho scritto: Zi yue: Junzi he er bu tong, xiaoren tong er bu he. 子曰:「君子和而不同,小人同而不和。」L’uomo nobile vive in armonia senza essere uguale agli altri; l’uomo meschino cerca l’uguaglianza senza raggiungere l’armonia.»

Laozi annuì.

«Bello.»

Poi chiese:

«E gli alberi?»

Confucio lo guardò stupito.

«Gli alberi?»

«Crescono nell’uguaglianza o nell’armonia?»

Confucio non rispose.

Allora, da lontano, si udì una risata. Non beffarda, piuttosto giocosa. Leggera. Come se qualcuno ridesse del vento. Lungo il sentiero arrivava un uomo che non camminava diritto. Di tanto in tanto si fermava, guardava una farfalla, poi una pietra, poi una nuvola. Sembrava che fosse guidato da qualcosa che gli altri non vedevano. Quando arrivò al pino, non salutò. Si sedette sull’erba. Raccolse una pigna e la rigirò tra le dita.

Poi chiese:

«Di che cosa parlate?»

Confucio voleva rispondere, ma Laozi lo precedette.

«Di parole.»

L’uomo rise.

«Allora siete arrivati nel posto giusto.»

Confucio lo guardò.

«E tu chi sei?»

L’uomo guardò pensieroso verso la farfalla, che proprio allora si posò su un ramo.

«Un tempo non sapevo se ero un uomo che sognava una farfalla, o una farfalla che sognava un uomo.»

Confucio sorrise.

«Zhuang Zhou

Zhuangzi si inchinò soltanto alla farfalla. Poi chiese:

«Ditemi una cosa.»

Entrambi lo guardarono.

«Che cosa rimane… quando ciascuno depone le proprie parole?»

Il pino non frusciò. Il vento non soffiò. Per la prima volta sembrò che anche il silenzio si fosse messo in ascolto.

Il vento che non si può afferrare

Nessuno rispose alla domanda di Zhuangzi. Non perché non conoscessero la risposta, ma perché tutti intuirono che le parole l’avrebbero subito velata. Il vento attraversò la chioma del vecchio pino. Non lo si vedeva. Lo si udiva soltanto là dove incontrava gli aghi.

Allora Laozi disse piano: Tianxia wanwu sheng yu you, you sheng yu wu. 天下萬物生於有,有生於無。«Le diecimila cose nascono da ciò che è; ciò che è nasce da ciò che non è.»

Nessuno chiese che cosa significasse wu (). Tutti sapevano che una spiegazione ne avrebbe già ristretto l’apertura. Confucio annuì lentamente.

«Mi sono sempre chiesto», disse, «perché tu parli così poco.»

Zhuangzi sorrise e chiese:

«Hai mai sentito crescere l’erba?»

Confucio stava per rispondere, ma si fermò. No. Non aveva mai sentito l’erba crescere. Allora Zhuangzi raccolse una foglia secca e disse:

«Questa foglia un tempo era linfa nella radice. Era ramo. Era ombra. Era luogo di riposo per un uccello. Era fuoco. Era fumo. Era pioggia. Ditemi: in quale di queste forme era più vera?»

Laozi sorrideva, mentre Confucio rispose:

«In tutte.»

«Allora», chiese Zhuangzi, «perché gli uomini si aggrappano così tanto a una sola?»

In quel momento arrivò lungo il sentiero un nuovo viandante. Non era vecchio. Non era giovane. I suoi passi erano così leggeri che sembravano appena sfiorare la terra. Pareva che lo portasse il vento più delle gambe. Quando giunse al pino, non si inchinò. Si appoggiò al tronco e guardò verso il cielo.

«Soffia ancora», disse.

Zhuangzi lo salutò.

«Lie Yukou

Liezi sorrise.

«La gente mi chiede ancora se davvero cavalcavo il vento.»

Confucio sussultò.

«Non lo facevi?»

Liezi rise.

«Se rispondo di sì, vorrete provare. Se rispondo di no, direte che la storia è inventata.»

Poi guardò Laozi.

«Perciò lascerò la risposta al vento.»

Si sedettero e rimasero a lungo senza parlare. Liezi fu il primo a rompere il silenzio.

«Un tempo ho davvero cavalcato il vento.»

Poi aggiunse:

«Ma anche il vento si stanca.»

Confucio lo guardò stupito.

«Come può stancarsi qualcosa che non ha corpo?»

Liezi lo guardò con un sorriso mite.

«Come può stancarsi un pensiero che non ha ossa?»

Poi recitò lentamente versi attribuiti alla sua tradizione:

Zhiren wu ji, shenren wu gong, shengren wu ming. 至人無己,神人無功,聖人無名。

«L’uomo perfetto non ha un io. L’uomo spirituale non ha meriti. Il saggio non ha nome.»

Laozi chiuse gli occhi.

Confucio invece disse pensieroso:

«Se non ha nome, come lo riconosciamo?»

Liezi rispose:

«Quando il sole sorge, non lo chiami per nome.»

Allora Zhuangzi guardò verso il sentiero.

«Sta arrivando qualcuno.»

Questa volta i passi non erano leggeri. Erano misurati. Quasi romani. L’uomo che si avvicinava portava un rotolo. Non aveva né incensiere né rosario. Sul suo volto non c’era l’estasi del mistico. Era il volto di un uomo che aveva osservato a lungo la natura con la ragione. Quando si avvicinò, posò la mano sul vecchio pino. Non per rispetto, piuttosto per curiosità. Osservò gli anelli, toccò la resina e poi disse:

«La natura non ha bisogno di miracoli.»

Laozi lo guardò.

«No.»

L’uomo proseguì.

«Il mondo non è nato per l’uomo.

Né per gli dèi.»

Srotolò il rotolo.

All’inizio c’era scritto: Aeneadum genetrix, hominum divomque voluptas... «Madre degli Eneadi, gioia degli uomini e degli dèi.»

Gli uomini riuniti non conoscevano quelle lettere e quelle parole, ma ne sentivano il ritmo armonioso.

Confucio gli chiese:

«Che cosa c’è scritto?»

L’uomo rispose:

«Celebro la natura. Non perché sia sacra come una divinità misteriosa, ma come eterno movimento delle cose, da cui nasce tutto ciò che esiste.»

Zhuangzi rise.

«E chi dice che il reale non sia sacro?»

L’uomo sollevò lo sguardo per la prima volta. Davanti a lui non sedeva un sacerdote, né un filosofo. Sedeva qualcuno che non separava cielo e terra nel modo in cui erano abituati a farlo i Greci.

«Sono Titus Lucretius Carus

Laozi annuì.

«Benvenuto. Dicci… che cosa rimane quando anche la natura depone il proprio nome?»

Lucrezio non rispose subito. Posò il palmo sulla corteccia del vecchio pino. Per la prima volta dopo molto tempo non osservò il mondo, ma per un istante si mise in ascolto.

(continua)

 

Yuan Weiqi