Il giardino senza Oriente (2ª parte)
Lucrezio non rispose subito. Posò il palmo sulla corteccia del vecchio pino. Per la prima volta dopo molto tempo non osservò il mondo, ma per un istante ascoltò…
Prima di proseguire, desidero spiegarvi perché il titolo di questi contributi è: Il giardino senza oriente?
L’oriente, nell’esperienza umana, non è soltanto una direzione geografica. È anche simbolo di inizio, di nascita della luce, di risveglio e del primo passo del cammino. Ma l’oriente non è mai assoluto. È sempre determinato in rapporto a colui che guarda. Ciò che per uno è oriente, per un altro è occidente. Dove da qualche parte è mattino, altrove è già giorno o sera.
L’oriente è dunque reale all’interno del mondo delle relazioni, delle misure e degli sguardi umani, ma non possiede un centro immutabile. Il giardino senza oriente indica uno spazio in cui non vi è più un’unica direzione privilegiata, un unico punto di partenza scelto o un unico tempo che sia più vicino alla verità degli altri. Non è un giardino senza luce. Al contrario. È un giardino in cui la luce non proviene da una sola direzione.
In esso possono incontrarsi pensatori che la storia di solito separa per secoli e civiltà: Laozi e Plotino, Zhuangzi e Bruno, Confucio e Spinoza, Lucrezio, Sima Chengzhen e altri. Non si incontrano come predecessori e successori, né come dottrine che dovrebbero contraddirsi o confermarsi a vicenda, ma come compagni di cammino in uno spazio immaginario in cui il tempo perde la propria distanza.
Il giardino senza oriente non è dunque uno spazio in cui una via prevale sulle altre. È uno spazio immaginario in cui vie diverse si incontrano, perché nessuna pretende di essere il centro di tutte le altre. Quando l’essere umano depone il bisogno del proprio centro, comincia a rivelarsi qualcosa che la tradizione daoista chiama qingjing 清靜 – limpidezza e quiete. In questa limpidezza le differenze non vengono cancellate. Al contrario: solo quando si placa il desiderio di predominio di un’unica spiegazione, le diverse voci possono davvero ascoltarsi tra loro. Il giardino senza oriente è dunque uno spazio senza direzione privilegiata, senza tempo privilegiato e senza voce privilegiata. È uno spazio d’incontro.
***
(Continua)
La resina aderì lentamente alle sue dita. Lucrezio guardò la traccia che l’albero aveva lasciato sul suo palmo. A Roma avrebbe forse cercato la causa. Si sarebbe chiesto quale sostanza fosse uscita dall’interno del tronco, quale processo l’avesse prodotta e come, attraverso la natura, fosse giunta fino alla sua mano. Ma l’incontro sotto quel pino lo aveva orientato verso una riflessione diversa. La domanda non era più soltanto: Come accade qualcosa? Era diventata anche: Che cosa significa che qualcosa sia?
L’albero non rispose. Eppure anche il silenzio non rimase vuoto. Il giardino era come uno spazio prima della prima parola. Né cielo né terra. Né inizio né fine. Non apparteneva ad alcun popolo e ad alcun tempo. Qui non c’erano Romani, Cinesi o Greci, né quei popoli mescolati dell’Europa attuale. C’erano soltanto voci che per un momento si erano incontrate.
Il vento passò attraverso la chioma. Nessun ramo si chiese quale altro ramo avesse ragione.
Lucrezio infine parlò.
«Gli uomini pensano spesso alla paura della morte. Ma spesso temono soltanto l’immagine che si sono creati di essa.»
«L’uomo non teme soltanto di cessare di essere. Teme anche il pensiero che un giorno perderà tutto ciò che ha chiamato suo: il proprio corpo, il proprio nome, i propri ricordi, il proprio posto tra gli altri uomini. Per questo si è creato immagini del futuro. Alcune culture hanno creato punizioni, altre ricompense. Alcuni hanno immaginato giudici eterni, altri giardini eterni. Ma spesso non era l’eternità a parlare, bensì la paura stessa dell’uomo, che cercava forma e durata.»
Per un momento guardò nel vuoto tra i rami.
«La schiavitù più profonda non è nella morte stessa. È nell’immagine della morte che portiamo già nella vita.»
Aprì di nuovo il suo rotolo. La sua voce non era quella di un predicatore. Era la voce di un uomo che aveva osservato a lungo il difficile confronto umano con la caducità.
Lesse: ”Nil igitur mors est ad nos neque pertinet hilum, quandoquidem natura animi mortalis habetur.” (De rerum natura, III, 830–831)
Poi tradusse agli altri: «La morte per noi non è nulla e non ci riguarda affatto, poiché la natura dell’animo è mortale.»
Confucio lo ascoltò con attenzione e poi disse:
«Eppure gli uomini piangono coloro che se ne sono andati.»
Lucrezio annuì.
«Perché amano.»
«Allora l’amore genera attaccamento al transitorio?»
«No.»
Lucrezio guardò verso il pino.
«L’amore dà valore. La paura, invece, si aggrappa a ciò che intuisce di non poter trattenere.»
Zhuangzi raccolse una foglia caduta dall’albero.
«Quando una foglia cade, l’albero piange forse il proprio passato?»
Lucrezio sorrise.
«No.»
«Per questo non ha bellezza?»
«No.»
«Per questo non ha significato?»
Lucrezio guardò la foglia.
«Forse proprio per questo lo ha.»
Confucio disse lentamente:
«Tuttavia l’uomo non è soltanto un fenomeno naturale. L’uomo vive tra gli uomini.»
Posò la mano sul ginocchio.
«Se un figlio perde il padre, se un amico perde un amico, dobbiamo forse dire che tutto è soltanto movimento della natura?»
Lucrezio non rispose subito.
Questa volta fu lui ad ascoltare.
Confucio disse: Wei zhi sheng, yan zhi si 未知生,焉知死。(Lunyu, 11.12) «Se ancora non conosciamo la vita, come potremmo conoscere la morte?»
Il vento si fermò di nuovo per un istante. Lucrezio guardò verso di lui.
«Forse siamo partiti da lati diversi.»
«In che modo?»
«Io volevo liberare l’uomo dalla paura della morte scrivendo i versi seguenti: Aeternas quoniam poenas in morte timendum ignoratur...(De rerum natura, I, 111–112) nel senso di:
«Poiché gli uomini temono pene eterne dopo la morte, perché non comprendono la natura delle cose.»
Confucio annuì.
«Io invece volevo che l’uomo vivesse rettamente finché è qui.»
Nessuno disse che uno dei due avesse ragione. Perché nel Giardino le domande non erano porte che si chiudevano con singole risposte o si aprivano con singole domande.
Laozi, che per tutto il tempo aveva guardato nel vuoto tra gli alberi, pronunciò allora a bassa voce: Chu sheng ru si. 出生入死。«Chi viene alla vita entra nella morte.» (Daode jing, 50)
Lucrezio lo guardò.
«Questo suona diverso dalle mie parole.»
«Forse sì.»
«Eppure non le contraddice.» disse Lucrezio.
Laozi non rispose. Fissò soltanto gli occhi del Romano e guardò l’acqua che si muoveva tra le pietre. Zhuangzi, questa volta, tacque più a lungo di tutti. Poi disse:
«Un tempo piansi mia moglie.»
Confucio lo guardò.
«E poi?»
«All’inizio piansi.»
«Poi?»
«Poi guardai l’inizio, le radici.»
«Le radici di che cosa?»
«Non della sua vita. Del nostro mutare.»
E disse:
cha qi shi er ben wu sheng 察其始而本無生。Osservai le sue radici e vidi che in origine non vi era neppure il sorgere stesso. (Zhuangzi, capitolo 18)
«Se non vi fu nascita, allora non si può dire che la morte sia la fine di qualcosa che era separato dal tutto.»
Lucrezio ascoltò. Non fu d’accordo. Non obiettò. Semplicemente ascoltò.
Laozi, che spesso seguiva in silenzio la conversazione, parlò: “Ren fa di, di fa tian, tian fa dao, dao fa ziran. 人法地,地法天,天法道,道法自然。«L’uomo segue la Terra. La Terra segue il Cielo. Il Cielo segue il Dao. Il Dao segue se stesso.» (Daode jing, 25)
Lucrezio ripeté l’ultima parola. «Ziran 無爲自然. ?»«Natura che non è forzata?»
Laozi annuì soltanto.
«Non la natura come oggetto che osserviamo. La natura come presupposto dell’esistenza delle forme fenomeniche.»
Allora il vento soffiò di nuovo attraverso il pino e per un momento sembrò che non parlassero della stessa cosa. Lucrezio parlava della natura. Confucio dei legami umani. Laozi del fluire del Dao. Zhuangzi del mutamento. Ma il pino stava tra loro. Quel pino non aveva scelto alcuna via. Non aveva respinto alcuna parola. Semplicemente cresceva. E anche se non fosse cresciuto.
Il giardino non esigeva una risposta. Non si aspettava che pensieri diversi si fondessero in un solo pensiero. In esso vi era abbastanza spazio perché ogni pensiero rimanesse fedele a se stesso e tuttavia non fosse separato dagli altri. Questo spazio non apparteneva ad alcun tempo e ad alcun popolo. Non aveva porte attraverso le quali potessero entrare soltanto gli eletti, né muri che separassero qualcuno. In esso non vi era un oriente che volesse delimitare lo spazio-tempo. Sotto il vecchio pino potevano sedere coloro che avevano portato rotoli e coloro che non avevano portato nulla. Coloro che parlavano e coloro che sapevano tacere. Coloro che cercavano risposte o domande e coloro che semplicemente si erano fusi con il Dao.
Il giardino non chiedeva da quale tempo venisse l’uomo, in quale lingua pensasse o quale nome portasse la sua saggezza. Le parole venivano come il vento tra i rami e se ne andavano come foglie che ritornano alla terra. Nessuna era più alta solo perché era più antica, e nessuna valeva meno perché era nuova.
Qui c’erano soltanto vie di misteriosi incontri con la limpidezza e la quiete. Il pino, che stava tra loro, non sceglieva, non confermava e non rifiutava. Semplicemente cresceva. E forse proprio per questo chiunque fosse mai giunto in quel luogo poteva trovare ombra sotto i suoi rami.
Rettore SDT; Yuan Weiqi