Il giardino senza levante (conclusione)
Il giardino respirava con il vento, con i profumi e con un fruscio a cui gli uccelli aggiungevano una melodia. Quando soffiava il vento, le chiome, gli arbusti e le erbe si muovevano. La superficie dell’acqua nella pozza si increspava, gli steli avvizziti si adagiavano a terra, mentre i fiori, insieme alle api, danzavano allegri la danza della vita. Quando il vento soffiava, un’onda di inchini si propagava lungo il pendio e poi svaniva, come se la terra per un istante inspirasse e poi espirasse. Tra l’erba correvano sentieri. Alcuni si perdevano all’improvviso tra gli alberi, altri si diramavano e tornavano a incontrarsi in un intreccio insondabile. Il giardino non aveva un sentiero principale. Forse perché non aveva un luogo da raggiungere. O forse perché nel giardino si poteva arrivare ovunque anche senza sentieri.
Tra gli alberi si addensava l’azzurro della sera. Ai piedi delle montagne restava una tenue traccia di luce, mentre le nuvole mutavano giocosamente forma, come cambiandosi d’abito. Per un istante, rigonfie, ricordavano maestose montagne protese verso il cielo; un attimo dopo assumevano l’aspetto di un’isola su un lago, di figure ondeggianti di draghi, di volti fugaci; poi prendevano forme che non si potevano più paragonare a nulla. I loro contorni si dissolvevano gli uni negli altri senza scontri, abbracciandosi sempre dolcemente in infinite trasformazioni. Al mattino e alla sera festeggiavano insieme al sole. Allora indossavano abiti solenni dai colori ardenti, di un tessuto trasparente più delicato della seta e più pregiato del broccato. Sapevano indossare anche abiti austeri dai cupi toni di grigio, quando decidevano di bagnare la terra e riempirne gli alvei e le pozze, in cui amavano tanto specchiarsi. Amavano viaggiare senza meta. A volte si radunavano e partivano per altri luoghi, lasciando che il vasto cortile del cielo splendesse in tutto il suo azzurro.
Anche il giardino respirava con loro. Il ruscello scorreva instancabile verso luoghi lontani, le ombre eseguivano magnifiche danze intorno ai corpi, che non sfuggivano loro mai del tutto. Le foglie degli alberi spuntavano di un verde chiaro e cadevano tinte di cremisi. Il muschio si arrampicava sulle rocce, il tappeto erboso amava rivestirsi di sfumature dorate e piegare le sue spighe di nuovo verso la terra. Il pino cresceva là dove cresceva. Le sue radici serpeggiavano tra le pietre in superficie e affondavano nella terra, i suoi rami si allargavano ed emanavano un profumo inebriante, sulla sua corteccia colava talvolta una lacrima densa e profumata, color ambra. Era lì, in un silenzio accogliente. Nella sua chioma abitavano due scoiattoli giocosi dalle code folte e dagli occhietti vivaci.
Nella pozza poco lontano dal pino, le gru amavano fermarsi durante i loro viaggi, dissetarsi e riprendere il volo verso lontananze velate di foschia.
Nel giardino non c’era un confine netto tra il giorno e la notte, le stelle e la luna convivevano con il sole e le nuvole. Tra loro c’era anche una stella dallo strano nome di «Polare», che all’uomo sembrava particolarmente preziosa perché restava fedele al suo posto. Le altre stelle ruotavano lentamente nel cielo, mentre lei rimaneva sempre vicina allo stesso punto. Ma la Stella Polare non sapeva, né le importava, che l’uomo aveva fatto di lei una direzione e un calendario.
Anche al giardino era indifferente. Qui non c’erano né nord né sud, né est né ovest. Nessun albero cresceva al centro. Il vecchio pino, che con la sua chioma scura svettava sopra il resto della vegetazione, non era il centro del giardino. Si trovava per caso là dove cresceva. Quando il vento taceva, i suoi rami si fermavano. Quando il vento tornava, si muovevano di nuovo. E forse per questo nel giardino c’era qualcosa di più antico di tutte le conversazioni sotto la sua chioma. La parola può nominare l’acqua, ma non può bere al posto dell’uomo. Può nominare il pesce, ma non può diventare pesce. Può nominare il sentiero, ma non può percorrerlo. La parola aveva dato forma a molti pensieri: mappe, direzioni, sentieri, leggi, dottrine, dogmi e nomi. Ma gli amanti delle parole spesso non riuscivano a eguagliare la morbidezza delle nuvole nelle loro trasformazioni, né la tolleranza del pino.
La compagnia riunita sedeva ancora in silenzio sotto la chioma del pino, vicino all’acqua. Molti avevano compreso che la corrente non aveva bisogno di loro. Sulla superficie della pozza il riflesso di una stella tremolò per un istante e scomparve. La pozza come uno specchio antichissimo.
Lo scritto degli antichi maestri recitava: «Quán zhě suǒyǐ zài yú, dé yú ér wàng quán; tí zhě suǒyǐ zài tù, dé tù ér wàng tí; yán zhě suǒyǐ zài yì, dé yì ér wàng yán 筌者所以在魚,得魚而忘筌;蹄者所以在兔,得兔而忘蹄;言者所以在意,得意而忘言。Quando catturi un pesce, dimentichi la rete. Quando comprendi il significato, dimentichi le parole.»
Ed è molto probabile che anche questo scritto sia irrilevante. Allora resta solo ciò che non è più possibile racchiudere nelle parole: «Jì rù zhēn dào, míng wéi dé dào, suī míng dé dào, shí wú suǒ dé 既入真道,名為得道,雖名得道,實無所得。Quando entri nel vero Dao, questo si chiama raggiungere il Dao; sebbene si chiami raggiungere il Dao, in realtà non c’è nulla che sia stato raggiunto.»
Drugpa, che ancora intagliava l’impugnatura del suo bastone da cammino, chiese con noncuranza ai presenti:
«E adesso?»
Laozi, all’ombra ristoratrice del pino, si limitò a un lieve sorriso. Il mondo continuerà a scorrere.
(fine)
Rettore dello SDT Yuan Weiqi