Tempio daoista sloveno della Suprema Armonia
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Giardino senza levante | 16 agosto 2026

Il giardino senza Levante (parte 10)

Vrt brez vzhoda

«Dunque l’immortalità non è la continuazione dell’individuo?» chiese Spinoza.

Ma la risposta desiderata non giunse: la voce si dissolse nel silenzio, la foschia scese sull’erba fra loro e i caratteri si spensero come lucciole.

Laozi sorrise in silenzio.

 

Ipazia guardava lo spazio in cui la foschia era scomparsa. La domanda era rimasta senza risposta. Dietro il pino, tra gli alberi, si aprì una veduta che prima non c’era. Oltre il giardino si innalzavano montagne senza radici. Fluttuavano sopra la terra e acque senza fondo, come se qualcuno le avesse strappate dal suolo e affidate al vento. Senza un ordine preciso, passavano lentamente l’una accanto all’altra, senza emettere alcun suono. Da dietro le montagne apparve una creatura trasportata dal vento. Non era un uccello. La sua veste scura ondeggiava nel cielo azzurro. Portava i capelli sciolti, ed essi sembravano parte del cielo stesso. La donna si fermò nel giardino, toccò la corteccia del pino e guardò l’acqua. Poi rivolse lo sguardo ai presenti.

«Parlavate di ciò che rimane», disse.

La sua voce era calma e non si distingueva del tutto dal fruscio degli alberi.

Ipazia annuì.

«Ne parlavamo.»

La donna sorrise.

«Allora parlavate di qualcosa che non si può trattenere.»

Spinoza la osservò attentamente.

«E chi dice che si debba farlo?»

«Nessuno.»

Rimase in silenzio per un istante.

«Eppure l’essere umano lo fa.»

Bruno si avvicinò.

«Che cosa?»

«Teme la propria transitorietà.»

Ipazia domandò:

«Chi sei?»

La donna guardò verso le montagne senza radici, che il vento sospingeva lentamente attraverso il cielo.

«Aisha, Ā'isha al-Bāʿūniyya», aggiunse.

«E da dove vieni?»

Aisha guardò verso le montagne.

«Da dove le montagne non hanno radici.»

Democrito aggrottò la fronte.

«Non è possibile.»

Aisha lo guardò.

«Tu stesso hai detto che il mondo è composto da qualcosa che nessuno vede.» Ipazia guardò verso le montagne.

«Che cosa sono queste montagne?»

Aisha rimase in silenzio per qualche tempo.

«Forse sono domande che una persona porta con sé tanto a lungo da dimenticare di portarle.»

Spinoza la osservava.

«E il vento?»

«Ciò che le muove senza possederle.»

Zhuangzi annuì in silenzio.

Ipazia sorrise, le indicò la pietra accanto a sé e la invitò a sedersi fra loro.

«Allora qui ti troverai bene», disse.

Il vento si levò di nuovo. Una delle montagne senza radici scivolò lentamente attraverso il cielo. Per un istante sottrasse forza ai raggi del sole e il giardino si oscurò. Quando la luce tornò, Aisha tracciava con un bastone, sulla sabbia fra loro, splendidi caratteri ondeggianti:

وَمُذْ تَجَّى فَنَيْتُ عَنْ كَوْنِي
وَعَنْ وُجُودِي وَسَائِرِ الْأَكْوَانِ
وَفِي فَنَائِي وَفِي الْبَقَاءِ لِوَصْلِي
فَصِرْتُ عَيْنًا تُشَاهِدُ الرَّحْمَنَ

«Che cosa ci dicono questi caratteri?» chiese Confucio.

«E quando si rivelò, scomparvi dal mio essere, dalla mia esistenza e dall’esistenza di tutti i mondi. E nel mio dissolvermi e nel mio permanere per l’unione, divenni un occhio che contempla il Misericordioso», disse. Cancellò quanto aveva scritto, tracciò una frase più breve e la spiegò:

وَفِي فَنَائِي وَفِي الْبَقَاءِ لِوَصْلِي

«E nel mio dissolvermi e nel mio permanere per la mia unione...»

L’uomo che si era unito a loro senza farsi notare durante il breve momento di oscurità chiese ad Aisha il bastone, poi tracciò sulla sabbia caratteri diversi:

মন দিয়েযারনাগালনাহিপাই,

গান দিয়েসেইচরণছুঁয়েযাই,

সুরের ঘোরেআপনাকেযাইভুলে।

«E questo che cosa significa?» chiese Plotino.

«Colui che non riesco a raggiungere con la mente, lo tocco con il canto. E nell’ebbrezza della melodia dimentico me stesso», rispose l’uomo.

«E chi canta quando scompari da te stesso?» chiese Cusano.

 «Mi chiamavano Rabindranath Tagore», disse, posando nuovamente il bastone sulla sabbia. Per un istante nessuno parlò. Poi da dietro il pino apparve una donna con una lunga veste scura. La sua presenza era tanto silenziosa che nessuno la notò finché non entrò nella luce.

Accarezzò delicatamente la corteccia del pino, osservò le tracce sulla sabbia e poi disse:

«Et illa apparuerunt omnia in viriditate plena. E tutto apparve nella pienezza della viridità.»

Aisha sussurrò: «Ildegarda, colma di viridità.»

La donna sorrise, come se dopo molto tempo il suo nome avesse ritrovato la strada fino a lei. Il vento mosse i rami del pino. Alcuni aghi secchi caddero sulla sabbia e coprirono parte dei caratteri di Tagore. Allora, da dietro gli alberi, si udì una voce maschile:

«Eins zu sein mit allem, das ist das Leben der Gottheit, das ist der Himmel des Menschen. Essere uno con tutto: questa è la vita della divinità, questo è il cielo dell’essere umano.»

Tutti si voltarono. L’uomo uscì dall’ombra. Aveva un aspetto giovanile, quasi fragile, e nel suo volto c’era qualcosa di assente, come se spesso rivolgesse lo sguardo verso un mondo che gli altri non potevano vedere. Guardò l’albero, l’acqua e le persone raccolte intorno alla sabbia. Due scoiattoli dalla lunga coda si arrampicavano giocosi sul pino e osservavano i presenti. Spinoza lo guardò attentamente e domandò:

«È possibile vivere così?»

L’uomo guardò verso l’acqua.

«Forse non sempre. Ma per un istante una persona può dimenticare di essere separata.»

Zhuangzi sollevò lo sguardo in silenzio.

«E quando se ne ricorda?»

L’uomo sorrise.

«Allora comincia il canto.»

Ildegarda guardò verso il pino.

«E chi parla del cielo dell’essere umano?» domandò.

«Friedrich Hölderlin.»

Liezi aprì la mano, sul cui palmo giaceva una ghianda. Uno degli scoiattoli scese cautamente lungo il tronco, la prese e scomparve fra i rami.

Hölderlin lo osservò per qualche tempo.

«Forse neppure lui sa di essere separato dal mondo.»

Liezi sorrise e chiuse la mano. Il vento soffiò di nuovo e un po’ di sabbia ricoprì i margini del testo di Tagore.

Allora da dietro gli alberi giunse un altro uomo. Camminava lentamente, come chi ha riflettuto a lungo sulle parole. Guardò la sabbia, dove lingue diverse si intrecciavano, poi il cielo e infine accarezzò la corteccia del pino.

«Che cosa guardi?» gli domandò Ipazia.

L’uomo rimase in silenzio per qualche tempo.

«Cerco di capire come l’essere umano classifichi il mondo.»

Confucio lo guardò.

«E che cosa hai scoperto?»

L’uomo sorrise.

«No hay clasificación del universo que no sea arbitraria y conjetural. Non esiste classificazione dell’universo che non sia arbitraria e congetturale.»

Zhuangzi sollevò il capo.

«Dunque i nomi non appartengono alle cose?»

«Forse appartengono a noi», rispose l’uomo. «Alle cose ci limitiamo ad attribuirli.»

Ipazia guardò la sabbia.

«Ma senza nomi non potremmo parlare del mondo.»

«È vero.»

«Allora ne abbiamo bisogno.»

«Ne abbiamo bisogno», disse l’uomo. «Ma non dobbiamo dimenticare che non sono il mondo.»

L’uomo guardò verso l’acqua, nella quale il cielo si spezzava fra le onde.

«Di chi sono queste parole?» domandò Ipazia.

«Jorge Luis Borges.»

Drugpa, che masticava l’erba della longevità, si rivolse ai presenti: «Siete scomparsi da voi stessi. Siete diventati uno con tutto. Avete dimenticato voi stessi. Avete toccato ciò che la mente non può raggiungere. Avete visto tutto e scoperto di non poter vedere nulla.»

Borges sorrise.

«È un ottimo riassunto.»

Drukpa continuò a masticare, poi guardò lo scoiattolo.

«Ma c’è una cosa che vorrei sapere.»

Ipazia attese con curiosità la domanda del folle divino.

«Chi di voi ha offerto la ghianda allo scoiattolo?»

Zhuangzi e Laozi sorrisero. Dopo di loro sorrise Ipazia, e poi tutti gli altri.

«Liezi», disse Zhuangzi.

Liezi si limitò ad alzare le spalle e disse:

«Lo scoiattolo l’ha presa.»

«Non ho chiesto questo», disse Drukpa.

«Che cosa hai chiesto, allora?»

Drukpa indicò lo scoiattolo, ormai scomparso fra i rami.

«Chi ha offerto la ghianda?»

Liezi lo guardò per qualche tempo.

«Io.»

«Perché?»

«Perché l’avevo.»

«E come mai l’avevi?»

Liezi sorrise.

«Perché l’avevo trovata.»

Drukpa annuì.

«Allora potremmo già sbagliarci sulla prima cosa.»

Ipazia aggrottò la fronte.

«Quale?»

«Che la ghianda fosse sua.»

Spinoza guardò verso i rami.

«Ma era nel palmo della sua mano.»

«Questo non significa che fosse sua.»

Borges inarcò le sopracciglia. Poi scoppiò in una fragorosa risata.

«Eccellente.»

Drukpa lo guardò.

«Che cosa?»

«Hai appena aperto un labirinto.»

«Sto parlando di una ghianda», disse Drukpa.

«Proprio per questo.»

Borges si avvicinò alla sabbia.

«Prima dici: sua. Poi ci domandiamo che cosa significhi avere. Quindi, che cosa significhi trovare. E prima che ce ne accorgiamo, non sappiamo più dove sia cominciato il cammino.»

Drukpa masticava la sua erba e lo osservava.

«E dove conduce?»

Borges guardò verso le montagne senza radici.

«Forse da nessuna parte.»

Rimase in silenzio per un istante.

«Oppure in un abisso.»

Drukpa sorrise.

«E dentro c’è qualcosa?»

Borges guardò lo scoiattolo, che per un istante fece capolino fra i rami.

«Questa è la parte migliore della domanda.»

Zhuangzi guardò Borges in silenzio.

«Tu ami davvero gli abissi.»

«Sì», rispose Borges. «Perché hanno l’abitudine di scomparire proprio dove ci si aspetta il fondo del fondo.»

Drukpa guardò la sabbia.

«Allora neppure il labirinto ha un centro.»

Borges rise.

«Forse il centro è soltanto un’altra parola di cui avevamo bisogno per poterci perdere nel labirinto.»

Confucio guardò lo scoiattolo.

«Ma lo scoiattolo sapeva che la ghianda era cibo.»

Zhuangzi scosse il capo.

«Forse, oppure ha semplicemente preso ciò che gli è capitato a portata di zampa.»

«E qual è la differenza?» domandò Ipazia.

Zhuangzi la guardò.

«Per lo scoiattolo, forse nessuna.»

Ipazia rimase in silenzio per qualche tempo.

«Allora l’essere umano aggiunge qualcosa al mondo quando lo conosce.»

«Oppure gli toglie qualcosa», disse Borges.

«Gli toglie qualcosa?»

«Forse il mondo contiene già tutto ciò che cerchiamo di dargli con i nomi. E noi, così facendo, non facciamo che restringerlo.»

Con la punta della scarpa Borges cancellò leggermente uno dei caratteri sulla sabbia.

«Ogni nome è una porta», disse.

Ipazia lo guardò.

«E dove conduce?»

«In un’altra stanza.»

«E poi?»

Borges guardò la rete di tracce sulla sabbia.

«In quella successiva.»

«Ma se non diamo un nome a nulla, non possiamo porre domande», replicò Bruno.

Laozi sorrise.

«Forse è per questo che bisogna anche saper tacere.»

Nel frattempo la foschia era scesa un poco più in basso. Plotin guardò verso l’acqua e disse:

«Dunque il silenzio è più vicino alla verità della parola?»

«No», disse Zhuangzi.

«Perché no?»

«Né l’uno né l’altra. Non cercare la verità dall’altra parte dell’opposizione.»

Nessuno rispose. La foschia gravava bassa sull’erba. L’acqua si muoveva appena, come se anch’essa non volesse interrompere il silenzio. Da un albero cadde un solo ago di pino, che sfiorò la sabbia. Borges guardò le tracce delle parole che il vento aveva ormai quasi cancellato.

«Allora siamo di nuovo al punto di partenza.»

«No», disse Ipazia.

Guardò verso l’acqua.

«Questa volta sappiamo che cosa non sappiamo.»

Zhuangzi sorrise.

«Ed è già molto.»

Nessuno proseguì. Non parlarono per molto tempo, ma il silenzio fra loro non era vuoto. Poi da dietro il pino giunse un lieve suono. Non erano passi. Piuttosto il fruscio di una veste sull’erba e un respiro quasi impercettibile. Non guardò nessuno di loro. Guardò l’acqua, poi il pino, poi la sabbia, sulla quale erano ancora visibili le tracce delle lettere arabe e bengalesi, e ascoltò lo spazio in cui risuonavano le parole tedesche e spagnole. Poi ascoltò l’ago di pino: dal suo congedo dall’albero, attraverso il volteggiare nell’aria, fino al suo arrivo sulla madre terra. Il silenzio si può ascoltare. Per un istante rimase immobile. Poi si sedette un po’ discosta dagli altri. I presenti la osservavano con interesse, ma una sola persona sorrideva a occhi chiusi.

«Chi sei?» domandò Democrito ridendo.

La donna non rispose subito. Aveva ancora gli occhi chiusi. Ascoltava il vento che muoveva i rami sopra di loro.

«È importante?»

Ipazia guardò verso la sabbia, dove le diverse scritture si fondevano lentamente l’una nell’altra.

«Non lo so», disse.

La donna aprì gli occhi.

«Allora la domanda non è stata inutile.»

Per un istante guardò tutti i presenti.

«Ma se volete saperlo, mi chiamavano Wei Huacun.»

Zhuangzi la guardò attentamente.

«魏華存.»

La donna annuì.

«Così scrivevano il mio nome.»

«E noi come dovremmo chiamarti?» domandò Ipazia.

Wei Huacun guardò l’ago di pino che giaceva sulla sabbia.

«Come desiderate.»

«Hai sentito la nostra conversazione?» le domandò Plotin.

«Vedo meno di quanto pensiate. Ma vedo ciò che forse è impercettibile ai vostri occhi. Vedo il chiarore, la luce resa possibile dalla dispersione, e la madre dimenticata che arde per essa; e mi domando da dove provenga, dunque, quel chiarore. Forse il chiarore è il dono di sé della madre. Sento più di quanto pronunciate. Sento la transitorietà che cerca una via verso l’eternità e un senso per la brevità della propria esistenza, e l’angoscia che accompagna la breve durata di tutto ciò che si manifesta.»

Ipazia la guardò e domandò: «E percepisci?»

Wei Huacun posò il palmo della mano sulla terra e rivolse il volto al cielo.

«Molto di più. Ciò che non vedo e non sento, lo percepisco in altro modo.»

Seguì un silenzio.

«Che cos’è ciò che percepisci?» domandò Cusano.

Wei Huacun continuò a tenere il palmo sulla terra e rispose sottovoce:

«Come l’armonia dell’eterno flusso delle trasformazioni.»

(continua)

Yuan Weiqi, Rettore SDT