Ordine naturale e interpretazione sociale: la risposta daoista alle crisi del mondo
Il daoismo viene spesso presentato come una delle grandi tradizioni filosofico-religiose dell’antica Cina, legata alla vita in accordo con la natura, alla pace interiore, alla semplicità e al ritiro dal mondo. Una simile presentazione, tuttavia, può facilmente dare l’impressione che il daoismo sia nato come reazione improvvisa alle crisi politiche e sociali del periodo degli Stati Combattenti. Il quadro storico è un po’ più complesso. Le concezioni fondamentali da cui si sarebbero poi sviluppate la filosofia e la religione daoiste hanno radici molto più antiche. Fu però proprio l’instabilità del tardo periodo Zhou, soprattutto all’epoca degli Stati Combattenti, a creare il contesto in cui queste concezioni più antiche confluirono in una visione filosofico-religiosa riconoscibile dell’essere umano, della società e del potere.
Il mondo come un insieme ordinato
Prima di parlare di daoismo, dobbiamo volgere lo sguardo alle origini storiche del pensiero cinese. Nel periodo Zhou si sviluppò l’idea che l’essere umano non fosse separato da un ordine cosmico più ampio. Un concetto importante era Tian, il «Cielo», che non indicava soltanto il cielo fisico, ma anche un ordine superiore legato alla vita morale e politica. A questo si collegava anche l’idea del Mandato del Cielo. Il sovrano non deteneva il potere semplicemente perché lo possedeva, ma in quanto era tenuto a governare in modo compatibile con l’ordine rappresentato dal Cielo. Se diventava tirannico e provocava disordine, poteva perdere la legittimità conferita dal Cielo. Storicamente, questo si era potuto osservare in entrambe le dinastie precedenti, Xia e Shang.
Questa concezione non era ancora circoscritta all’odierna nozione di daoismo. Conteneva però un importante punto di partenza per la successiva filosofia e religione cinese: l’essere umano e lo Stato non sono i criteri supremi della realtà. Esiste un ordine più ampio nel quale entrambi devono inserirsi. Questa concezione nasceva dall’attenzione al mondo naturale. L’alternarsi delle stagioni, la crescita delle piante, l’acqua, il cielo e la terra, così come i diversi processi naturali, non erano soltanto lo sfondo della vita umana. L’essere umano era inteso come parte dello stesso mondo. Da qui poteva nascere l’idea che una vita condotta rettamente dovesse essere compresa in relazione a un ordine universale che l’essere umano non aveva creato, ma soltanto interpretato. Non possiamo dire che agli inizi della dinastia Zhou esistessero già dei «daoisti». Possiamo però affermare che, già prima della nascita del concetto di daoismo, il pensiero cinese sviluppava concezioni dell’ordine cosmico, dell’armonia e del posto dell’essere umano nel mondo naturale.
Dalla crisi dell’ordine alla fioritura della filosofia
Nel corso del periodo degli Zhou orientali, l’unità politica si indebolì, mentre i diversi Stati diventavano sempre più autonomi e competitivi. Nel periodo degli Stati Combattenti, all’incirca tra il V e il III secolo a.C., la competizione sfociò in guerre lunghe e logoranti. La società cinese dell’epoca si trovò in una situazione in cui gli antichi ideali politici di ordine si confrontavano con l’esperienza concreta della violenza, della competizione reciproca e dell’incertezza. I sovrani cercavano modi per rafforzare gli Stati, accrescere la potenza militare, conquistare territori e controllare più efficacemente la popolazione.
Fu proprio in questo contesto che si verificò una straordinaria fioritura del pensiero filosofico. Diversi pensatori cercavano risposte a una stessa domanda fondamentale: come dovrebbe vivere l’essere umano e come dovrebbe essere organizzata la società, se il mondo esistente è così palesemente segnato dal disordine?
Le risposte erano diverse. La tradizione confuciana poneva l’accento sulla moralità, sulle relazioni corrette e sull’ordine sociale. Il pensiero legista sottolineava l’importanza delle leggi, della disciplina e di uno Stato forte. La tradizione daoista offrì invece una risposta diversa: forse il problema non consiste soltanto nel fatto che gli esseri umani non hanno regole abbastanza buone o un potere abbastanza efficace. Forse è già l’eccessivo desiderio di ordinare, controllare e intervenire nel mondo a causare il problema.
Il Dao come ordine che l’essere umano non crea
Al centro del pensiero daoista dell’epoca vi era il Dao, inteso come via, modo, orientamento, possibilità di accordarsi con l’armonia universale. Il Dao non era definito come una legge stabilita da qualcuno, né è una divinità personale nel senso consueto. Si trattava piuttosto di un modo di accettare i fatti, il modo in cui le cose si svolgono realmente, di un flusso più ampio della realtà che l’essere umano non può comprendere o controllare pienamente. Da qui deriva una caratteristica importante della prima visione daoista: l’essere umano non dovrebbe continuamente piegare con la forza il mondo ai propri desideri. Questo diventa particolarmente comprensibile se pensiamo alla società degli Stati Combattenti. I sovrani aspiravano a più territorio, più ricchezza, più soldati e più controllo politico. L’individuo che desiderava avere successo doveva partecipare alla competizione per la posizione sociale e il prestigio. Il daoismo cominciò invece a mettere in discussione la logica stessa di questa competizione. Un maggiore potere è davvero la soluzione? Un maggior numero di leggi significa necessariamente una società migliore? Intervenendo continuamente nel mondo, l’essere umano migliora le cose oppure, al contrario, crea ancora più disordine?
Il ritiro anziché la rivoluzione
Arriviamo così a una caratteristica importante del daoismo delle origini: la sua risposta alla crisi, di norma, non era rivoluzionaria. Il pensatore daoista non diceva necessariamente: «Il sovrano attuale è cattivo, quindi dobbiamo rovesciarlo e instaurare un nuovo potere». Un simile ragionamento sarebbe infatti rimasto all’interno della stessa logica di lotta per il potere. Il daoismo offriva invece spesso una possibilità diversa: ritirarsi dalla competizione per il potere e lasciare che la natura universale seguisse il proprio corso spontaneo. Questo si esprimeva nella rinuncia alla carriera politica (Zhuangzi), nel rifiuto del prestigio, in uno stile di vita semplice o persino in un ritiro simbolico dal centro del mondo politico (Laozi). Il punto non era fuggire per paura, ma rifiutarsi di partecipare a un gioco che il daoista riteneva dannoso. Se tutti lottano per il potere, il saggio daoista non cerca necessariamente di diventare il più forte tra loro. Può semplicemente rifiutarsi di partecipare alla competizione. In questo senso, il ritiro può essere inteso come una forma di critica. L’essere umano non ha sempre bisogno di una rivoluzione per rifiutare i valori del mondo in cui vive. A volte basta non seguirli.
Wu wei: agire senza forzature
A questo si collega strettamente uno dei concetti che in seguito sarebbero diventati tra i più importanti del daoismo, il wu wei. Letteralmente viene spesso tradotto come «agire senza forzature», ma una simile traduzione può facilmente trarre in inganno. Il daoismo non allude alla semplice passività né all’agire senza forzature. Wu wei significa soprattutto che l’essere umano non agisce con la forza e non cerca continuamente di costringere il mondo ad adattarsi ai propri piani, al proprio punto di vista. Possiamo intenderlo anche come un principio politico. Se il sovrano introduce continuamente nuove misure, aumenta il controllo, punisce, pretende e interviene nella vita delle persone, può creare proprio quell’instabilità che vorrebbe eliminare.
L’ideale daoista del sovrano è quindi piuttosto insolito: un buon sovrano è colui che sa governare in accordo con il corso naturale. Il suo agire è misurato, il suo potere non interviene inutilmente in ogni aspetto della vita. È qui che il ritiro personale e la filosofia politica si incontrano. L’individuo si ritira dalla competizione per il potere; il sovrano, a sua volta, dovrebbe astenersi da interventi non necessari nella vita delle persone.
Zhuangzi e il valore del ritiro
Questa caratteristica è particolarmente evidente nella tradizione legata a Zhuangzi. Nei suoi racconti compaiono spesso saggi e figure insolite che rifiutano il riconoscimento sociale, la carriera e le cariche politiche. Nella società dell’epoca, questo aveva un significato profondo. Il servizio politico poteva rappresentare la forma più alta di successo sociale. Zhuangzi invece diceva: non ho bisogno di questa carica. Perché? Perché chi si impegna continuamente a ottenere successo, posizione e influenza può perdere il contatto con se stesso e con il corso naturale della vita. Se vuole vivere in accordo con il Dao, deve essere pronto a rinunciare anche a ciò che la società gli presenta come il valore supremo. Per questo il ritiro daoista può essere inteso come una critica molto radicale dei valori sociali, pur non essendo rivoluzionario nel consueto senso politico.
Il ritiro non è un semplice rifiuto del mondo
Sarebbe però sbagliato presentare il daoismo delle origini come una semplice filosofia della fuga. I testi daoisti non si rivolgevano soltanto all’individuo che desiderava ritirarsi, ma riflettevano anche sul governo. Proprio per questo è importante distinguere tra il rifiuto della politica in quanto tale e il rifiuto di un modo di governare coercitivo, ambizioso e orientato a un controllo eccessivo. Il pensiero daoista non chiedeva l’abolizione dello Stato. In modo più radicale, si domandava quanto fossero davvero necessari lo Stato, le regole e gli interventi. Questa domanda era particolarmente importante nel periodo degli Stati Combattenti, poiché proprio allora gli Stati stavano sviluppando meccanismi sempre più efficaci per mobilitare persone e risorse a fini bellici. La risposta daoista andava nella direzione opposta: meno coercizione, meno ambizione, meno competizione e più semplicità.
Dalla tradizione più antica al daoismo
Se osserviamo l’intero sviluppo, emerge che il daoismo non nacque dal nulla. Nella fase più antica della dinastia Zhou esistevano già concezioni dell’ordine cosmico, del legame dell’essere umano con il mondo naturale e dei limiti del potere umano. Quando, in seguito, il mondo politico entrò in crisi, queste idee più antiche assunsero una nuova forma filosofica. Nel periodo degli Stati Combattenti emerse la domanda su come vivere in un mondo in cui gli esseri umani competono incessantemente per il potere. La risposta daoista non fu un invito a competere ancora più intensamente, ma un dubbio sulla necessità stessa di farlo.
Da qui possiamo comprendere diverse idee fondamentali del daoismo: il Dao come flusso più ampio della realtà, il wu wei come agire senza forzature, la semplicità, la nonviolenza e il ritiro dalla competizione politica e sociale non necessaria. Il daoismo, dunque, non fu semplicemente un prodotto delle guerre. Le guerre e l’instabilità dell’epoca costituirono soprattutto il contesto storico in cui idee più antiche acquisirono un nuovo significato. Il suo gesto fondamentale era insolito e, per questo, importante sul piano filosofico-religioso: anziché impegnarsi ancora più intensamente nella lotta per plasmare il mondo, l’essere umano può ritirarsi da questa lotta e cercare di vivere in accordo con un ordine più antico e più ampio del potere umano. In un mondo in cui individui e Stati lottavano per ottenere sempre più potere, proprio la decisione di rinunciarvi poteva costituire una forma di pensiero molto radicale …
Yuan Weiqi